Sinistra e Mezzogiorno

Ad osservare dall’angolo visuale del Mezzogiorno e della Calabria lo scenario politico che stiamo vivendo, non c’è, davvero, da rallegrarsi: la ribalta è occupata dal rancoroso antimeridionalismo di Bossi e dal suo agitarsi alla ricerca di un feudalesimo istituzionale che trova nella sortita sui dialetti il massimo di stupidità. Il “sovversivismo populista” che sta travolgendo il Paese tenta di avere un Sud inerte, disciplinato e consenziente come supporto ad un sistema di potere egemonizzato da una nuova borghesia mafiosa. Il PD – avendo scoperto, anch’esso, “un’emergenza settentrionale” che da forza al federalismo secessionista e formalizza la rottura dell’unità nazionale - non si accorge che un Mezzogiorno precario e sottomesso diventa un’arma micidiale contro la democrazia italiana. Purtroppo, anche la sinistra che dovrebbe appartenerci - che a livelli territoriali spesso ha introiettato e riflette tutti i vizi della società - è colta da amnesia sul ruolo drammaticamente centrale che torna ad avere il Sud nella costruzione di un futuro da fondare su altri valori etici e sulla riappropriazione dei suoi caratteri identitari. E’ a questa sinistra, dunque, che mi rivolgo per sottoporre qualche elemento di comune riflessione anche in vista dell’imminente scadenza elettorale regionale che costituisce una grande prova di legittimazione per una forza politica utile alle classi più deboli.

Partiamo dalla constatazione che molta delusione c’è in giro. Drammatica è la situazione sociale e il degrado politico e morale nel Sud, è arrivato a limiti insopportabili. Trasformismo e mafia (con collegamenti nazionali e internazionali) costituiscono l’amalgama sostanziale di un sistema di potere che ha travolto ogni paletto discriminante tra le forze politiche, annullando, nel senso comune, ogni differenza nei concetti stessi di “destra” e “sinistra”. Il Mezzogiorno – al di la di ogni ragionamento mistificante sull’emergenza settentrionale che sottende un preciso disegno politico carolingio a cui si è adeguato lo stesso Partito Democratico – è divenuto, più che mai, categoria interpretativa della mondializzazione liberista e paradigma delle crisi in atto. Bisogna, dunque, ripartire da qui. Si tratta di rifiutare di rincorrere ulteriormente l’idea avventurista di considerare il Mezzogiorno ridotto a “minimo” geografico e deregolamentato: un territorio, cioè, precarizzato senza qualità e residuale, in cui la logica neo coloniale si salda con il trasformismo e la mafia in una “normalità” di gestione che stupra l’ambiente, ne inquina le risorse, travolge ogni identità. Sotto questo aspetto, le vicende delle scorie radioattive in Calabria lasciano sgomenti non solo per il futuro pieno di incognite che si prospetta alle nuove generazioni, ma anche perché le rivelazioni di un pentito di mafia danno puntualmente conferma alle decennali denuncie che hanno caratterizzato le nostre battaglie politiche, nella società e nel Parlamento, che individuavano nelle zone deboli del Sud e nei Paesi poveri del mondo le pattumiere delle scorie di uno sviluppo capitalistico, squilibrato e aggressivo, nelle aree forti del Nord

 

Abbiamo tentato in questi anni, anche se in maniera solitaria, di fare uscire dal cono d’ombra in cui era stata ricondotta, anche a livello di analisi culturale, la “nuova questione meridionale” in un inedito sforzo di comprensione del nesso tra Mezzogiorno, Mediterraneo e i Sud del mondo. Il progetto della Sinistra Europea era apparso una possibilità di apertura per questa riflessione. Questa speranza si è infranta contro l’esperienza de “l’Arcobaleno”, operazione verticistica, elettoralistica e compromissoria, che ha condotto alla Caporetto elettorale. La scissione di Rifondazione Comunista che ne è seguita, ha disvelato molti retroscena di quella scelta. Il trasversalismo centrodestra-PD di Veltroni,che ha portato alla modifica della legge elettorale, ha cancellato la Sinistra Alternativa anche dall’Europa. È arrivato il momento di reagire, anche perché c’è bisogno come del pane, non solo come antidoto simbolico alla polverizzazione, di una riaggregazione di tutte le forze disponibili, politiche e sociali, che ridia motivazioni ad un popolo di sinistra rintanato nella sfiducia e nella passività. Ne hanno bisogno il movimento operaio e le forze subalterne. Ne ha bisogno il Sud, che rischia, a breve, di esplodere in irrazionali jacqueries.

Non ha torto il sindaco di sinistra di Acquaformosa, paese di origine albanese della Calabria, quando contrappone alle invettive e allo straparlare del leghismo nordista contro il Sud, un’iniziativa che parta dalla minoranza arbëreshe, assumendo a simbolo aggregativo la figura leggendaria di Giorgio Castriota Skanderbeg. Può apparire un’astrusità, eppure, nel vuoto di analisi, di proposte e di reazioni a sinistra, si presenta credibile il “fai da te”; cosicché in un Sud che è arrivato al limite di rottura, è questa una proposta che trova una suggestiva legittimità. È, però, anche il segnale di una insofferenza profonda e di un disagio che può portare alla balcanizzazione della politica. Questo è il punto. Le categorie di analisi della società e delle forze in campo che ci provengono da Antonio Gramsci, potrebbero ancora aiutarci ad uscire da questa realtà complicata e pericolosa in cui un soggetto “altro” può affermarsi se sarà capace di conquistarsi, nella coscienza del popolo, la propria diversità. Devo dire che non mi piace molto come procede l’ipotizzata confederazione tra Rifondazione Comunista, PdCI e qualche altro: a volte si ha la sensazione di rivivere il già visto e negativamente sperimentato. Eppure bisogna tentare e ritentare, operando un profondo rinnovamento che dia vita e concretezza ad una visibile rivoluzione culturale e morale. Questa è la necessità, se non vogliamo essere definitivamente inghiottiti dalla malinconia del sempre uguale.