LE COSE DEL MONDO - 2010
(ISBN - 978-88-498-2517-6 - Presentazione di A. Nicotra - € 22,00 - 359 pag.)
Autore: Mario Brunetti
Editore: Rubettino
Presentazione:

E' una giornata uggiosa sotto il cielo di Pristina. L'uomo alto, con gli occhiali e una sciarpetta di seta nera a proteggergli il collo, ci abbraccia e ci saluta. Ramon è già salito nell'auto blindata che l'ambasciatore italiano ci ha messo a disposizione. Apro lo sportello e mi accorgo che Mario è rimasto indietro. Sulle scale i due hanno una conversazione tutta loro, in albanese stretto. L'abbraccio tra i due è commovente e appare infinito. L'uomo alto con gli occhiali e la sciarpetta è Ibraim Rugova, è emozionato e ha gli occhi inumiditi. L'albanese d'Italia è invece Mario Brunetti, componente la Commissione esteri della Camera dei Deputati e Presidente del Comitato parlamentare per i diritti umani. Per anni, da quando nel 1974 il presidente Jugoslavo Slobodan Milosevic aveva cancellato lo status di autonomia previsto dalla Costituzione di Tito, sostituendola con una legislazione di comodo nel 1982, Rugova era alla guida della resistenza nonviolenta del popolo kossovaro. Per anni quella resistenza era stata semplicemente ignorata dalla comunità internazionale. Dopo l'oblio, d’improvviso, il Kossovo stava diventando il pretesto per l'intervento “umanitario” della Nato contro la Jugoslavia. Nella sua casa, Rugova, ci aveva offerto the e biscotti e regalato alcune pietre provenienti dalle miniere della regione. Ci aveva accolto come fratelli perché sapeva che nella delegazione c'era un arbëresh, un albanese della diaspora e perché, in quel periodo, pochissime delegazioni parlamentari osavano sfidare sia l'indifferenza per un popolo sconosciuto ai più, sia la guerra civile che già si combatteva sulle montagne e nelle periferie delle città. La nonviolenza era finita. Rugova allargava le braccia e la sua voce tradiva lo sconcerto “per tutti questi giovani che imbracciano le armi”. “Sono disperati”, affermava, “perché il loro grido non è stato ascoltato”. E ora parlavano le armi dell'Uck. Pur rimanendo nella lista delle organizzazioni terroristiche, l'Esercito di Liberazione del Kossovo, era palesemente sostenuto dagli Usa. Prima di Rugova avevamo incontrato Demaci, il “Mandela dei Balcani”. Anni di galera sotto Tito per le sue simpatie filo Enver Oxha, “ma almeno – ci disse - sotto il Maresciallo il Kossovo aveva una autonomia di quasi Repubblica e il suo rappresentante sedeva nella presidenza federale.” Ci pareva strano che quel tipo piccolo e canuto fosse il comandante dell'Uck. Il vecchio marxista - leninista era in verità una autorità morale per la gioventù che non si accontentava più dell'opposizione gentile di Rugova. L'Uck si macchierà di veri e propri episodi di pulizia etnica ed agirà in piena sintonia con i bombardieri della Nato per costringere le truppe – e con esse le popolazioni serbe – a tornarsene a Belgrado. Dopo la Croazia e la Bosnia, toccava adesso al Kossovo sperimentare la dottrina “del globalizzare frammentando” e precipitare nel sangue. Pochi mesi dopo accadrà anche alla Macedonia e il crimine perfetto sarà completato. Davanti al mattatoio balcanico, il comportamento delle forze politiche italiane fu di due tipi. Il primo e prevalente, di sostanziale indifferenza come se Sarajevo, Mostar, Tuzla fossero città di un'altro continente. Poi, solo dopo, anche le forze politiche italiane si arruolarono nel partito della guerra e delle bombe umanitarie. Tra queste ci furono anche delle eccezioni. Come quella di Rifondazione Comunista che provò, con il movimento per la pace e le donne in nero, a tenere in vita ponti di dialogo e di speranza tra le etnie. Quando andammo in missione in Kossovo il massacro poteva ancora essere evitato. Ma il Pentagono aveva già scritto un altro spartito. E lo si capì quando, con l'autista dell'ambasciata italiana, un serbo di Novi Sad, che per tutta la nostra permanenza a Pristina si era rifiutato di scendere dalla macchina, lasciammo quella città. Sulle colline si udivano i colpi di fucile e di mortaio. La falce della guerra stava per abbattersi su quei villaggi.
 Perché, dovendo scrivere una breve introduzione a un volume che raccoglie gli scritti parlamentari del percorso di Mario Brunetti, inizio da questo episodio? Perché Mario rappresenta uno dei pochi politici che hanno provato a dare una visione non stanziale del lavoro parlamentare e segnatamente della politica estera e dei diritti umani.
Meridionalista convinto, tra i massimi studiosi - su questo versante - del pensiero di Antonio Gramsci, ho avuto modo di verificare di persona, in anni di collaborazione al gruppo parlamentare, l’internazionalismo di Mario Brunetti.
Un internazionalismo controcorrente perché, in quegli anni, quasi tutti magnificavano il mercato e la globalizzazione come una panacea per l’umanità. Invece dall’osservatorio da cui scrutava il mondo Brunetti passava una realtà ben diversa, che non aveva voce e diritto di cittadinanza nella politica e nel pensiero dominante.
Queste pagine raccontano certamente una attività parlamentare, ma intese come una “postazione di lotta”. Voglio sottolineare come certe battaglie, da quella contro lo sfruttamento del lavoro infantile della Nike alla precisa denuncia della Somalia ridotta a fare da pattumiera dell’Occidente e crocevia del mercato delle armi, erano assolutamente di avanguardia anche se larga parte della stampa le considerava di “retroguardia”, ovvero ancora un residuo di un comunista che non si era arreso alla caduta del Muro di Berlino.
Dopo la rivolta di Seattle, sarebbe emersa la critica a fondo e di massa al pensiero unico del mercato da parte del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista, ma per tutta larga parte degli anni novanta quella critica era sotto schiaffo e sottoposta a dileggio.
L’impegno di Brunetti muoveva dalla convinzione che il mondo che stava avanzando non era migliore del precedente. Il Nuovo Ordine Mondiale si imponeva con grande cinismo, attraverso “programmi di aggiustamento strutturale” dettati dal neoliberismo più sfrenato e che erano in verità terribili armi di sterminio di massa. Quelle ricette liberiste, in ogni parte del pianeta, devastavano le conquiste del movimento operaio e dei movimenti di liberazione, demolivano i già fragili welfare state, aumentavano a dismisura la geografia di morte per malattie curabili e per fame. Per Brunetti quel tipo di globalizzazione non era una maledizione scesa dal cielo come una grandine, ma una scelta costruita con cinismo spietato nelle istituzioni sovranazionali, spesso senza alcun mandato democratico, dal Fondo Monetario Internazionale al WTO. In quel periodo il Subcomandante Marcos – che Brunetti incontrerà con una delegazione per l comitato dei diritti umani a La Realidad, nella Sierra di Candona in Messico – parla espressamente di una “terza guerra mondiale contro l’umanità” e di bombe più devastanti di quella atomica chiamate “F” finanziaria o “E” economica. Contro questa guerra all’umanità Brunetti interviene in aula, presenta interrogazioni e proposte di risoluzione, porta nell’audizioni al Comitato parlamentare le voce del Sud del mondo e degli attivisti dei diritti umani.
Uomo del Mediterraneo, il lavoro parlamentare di Brunetti si allargava naturalmente agli altri emisferi ricostruendo un filo coerente di critica al capitalismo contemporaneo. Seguirà con grande passione la vicenda di Ilaria Alpi e della mala cooperazione, ingaggerà in Aula a Montecitorio uno scontro durissimo contro il comportamento del governo italiano in Albania e la controversa figura dell’ambasciatore Foresti.
Il lettore si accorgerà che a distanza di anni gli interventi di Brunetti mantengono immutata la sua attualità. Cambiano forse in alcuno casi gli attori, ma le dinamiche di sfruttamento e di dominio lì denunciate sono ancora oggi cogenti.
In quel periodo non c’era ancora in campo “l’altro mondo possibile”, che prenderà vita con i Forum Sociali Mondiali da Porto Alegre a Belem. Ma quel poderoso pensiero rivoluzionario non nasce dal niente. Si è nutrito di tante lotte che in quegli anni molti definivano disperate o nel migliore dei casi testimoniali. Oggi quel Nuovo Ordine Mondiale è un enorme disordine globale e la crisi strutturale del capitalismo rende di nuovo attuale la parola d’ordine “o socialismo o barbarie”. Era per tenere aperta questa prospettiva che, in quegli anni difficili, si è battuto Mario Brunetti. Ognuno di noi ci ha messo un pezzettino per ricostruire una idea di speranza. Viene proprio da dire: ben scavato vecchia Talpa.

Alfio Nicotra